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L’Impatto dell’Ets sul Settore Chimico: Un Futuro Incerto

Immagine rappresentativa del settore chimico

In Breve

Qual è l'impatto dell'Ets sul settore chimico?
L'Ets potrebbe aumentare i costi per le imprese chimiche da 600 milioni a 1,5 miliardi di euro, riducendo gli investimenti.
Quali sono le priorità di investimento delle aziende chimiche?
Le priorità includono digitalizzazione, efficienza operativa e ricerca e innovazione.
Quali sono i principali rischi per il settore chimico?
I principali rischi includono la concorrenza cinese, i conflitti geopolitici e gli oneri delle politiche europee.

Il settore chimico europeo sta affrontando una sfida significativa a causa dell’aumento previsto dei costi legati all’Emissions Trading System (Ets), che potrebbe passare dagli attuali 600 milioni di euro a 1,5 miliardi all’anno. Questa crescita dei costi rischia di sottrarre risorse vitali agli investimenti, compromettendo la competitività delle imprese.

Accanto all’Ets, il Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam) si applica principalmente a materie prime e semilavorati ad alta intensità di carbonio, ma non è ancora stato implementato in modo generalizzato per i prodotti finiti. La complessità del meccanismo e le incertezze sulla sua efficacia pongono ulteriori interrogativi sulle politiche ambientali europee.

Francesco Buzzella, presidente di Federchimica, ha evidenziato le asimmetrie regolatorie e fiscali che penalizzano le imprese europee rispetto ai concorrenti globali. Ha sottolineato l’importanza di tre pilastri fondamentali: la revisione dell’Ets, una politica energetica di sicurezza e diversificazione, e una strategia industriale mirata alla decarbonizzazione.

Secondo Federchimica, l’Ets attuale rappresenta già il valore di tutta la spesa in ricerca e sviluppo del settore chimico. Un ulteriore aumento dei costi potrebbe costringere le aziende a ridurre gli investimenti o a delocalizzare la produzione. Uno studio commissionato da Cefic a Roland Berger ha rivelato che tra il 2022 e il 2025 la chiusura di impianti ha portato a una riduzione del 9% della produzione europea, con un calo degli investimenti nel settore del 90%.

Un’indagine su 100 aziende associate ha mostrato che il 27% intende ridurre gli investimenti (7% in modo significativo, 20% moderato), mentre il 31% prevede di mantenere gli attuali livelli di investimento. Solo il 23% delle aziende prevede un aumento, con le priorità di investimento che includono digitalizzazione (35%), efficienza operativa (47%) e ricerca e innovazione (35%).

In Italia, il settore chimico ha già registrato una perdita del 13% della produzione rispetto al 2021, con una riduzione della capacità produttiva aumentata di sei volte dal 2022. Si prevede una ulteriore contrazione della produzione chimica italiana nel 2026 (-3%), seguita da un lieve recupero nel 2027 (+0,5%).

Le aziende segnalano diversi rischi, tra cui la crescente concorrenza cinese (51%), i conflitti in Ucraina e Medio Oriente (43%) e gli oneri delle politiche europee su sicurezza, salute e ambiente (42%). Inoltre, il 30% delle aziende lamenta penalizzazioni legate al sistema Italia, come inefficienze burocratiche e fiscali.

Dal punto di vista energetico, il settore chimico europeo si trova in una posizione svantaggiata, con i prezzi del gas in Europa che sono circa 3,3 volte superiori a quelli statunitensi. La situazione italiana è ancora più critica, con costi energetici in aumento che incidono sia sull’approvvigionamento che sui costi legati alla decarbonizzazione.

Nonostante l’importanza di una transizione verso un’industria decarbonizzata, le aziende chiedono strumenti che incentivino gli investimenti e una revisione dei meccanismi come l’Ets. È fondamentale proteggere le filiere industriali per evitare perdite di capacità produttiva e occupazione. Il settore chimico ha già fatto progressi significativi, riducendo le emissioni di gas serra del 70% dal 1990, ma avverte che costi eccessivi potrebbero compromettere la competitività e la sopravvivenza delle imprese.

redazione

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